mercoledì 15 maggio 2013

Cosa abbiamo sbagliato?

Dedico questo post a Gabriella.
Gabriella ha superato i sessanta, fa la maestra e tra un paio d'anni andrà in pensione.
Gabriella ha visto intere generazioni di alunni crescere e diventare troppo alti per quei banchi disposti in file ordinate davanti alla sua cattedra. Ogni cinque anni Gabriella saluta i suoi ragazzi e si prende carico dell'educazione di una nuova infornata di futuri adulti. Gabriella è stata testimone di centinaia di infanzie, Gabriella ha visto il lento, quanto inesorabile, cambiamento sociale degli ultimi vent'anni.

Ho conosciuto Gabriella ad una cena. Abbiamo parlato del più e del meno per un po', poi un bambino di cinque o sei anni al tavolo vicino ha attirato la mia attenzione. I lungimiranti e attenti genitori avevano escogitato uno stratagemma infallibile per evitare che il piccolo si annoiasse troppo ed iniziasse a fare i capricci, disturbando gli altri clienti. Osservavo quindi con attenzione la seguente scena: bambino che gioca con un videogame, mamma al suo fianco che con una mano lo imbocca, incitandolo  a masticare bene, e con l'altra mangia le sue tagliatelle senza nemmeno girare la testa verso il proprio piatto e padre che si gusta un risotto al tartufo in uno sconsolato mutismo, girando ogni tanto la testa verso il figlio. Gabriella e suo marito davano le spalle alla simpatica scenetta ma, probabilmente seguendo il mio sguardo, Walter si gira, vede il bimbo, si rigira verso di me e fa la classica domanda: "E voi quando fate dei bambini?"

Sorrido, punzecchio Marito e gli lascio l'onore di spiegare perché rimaniamo in due.
L'ignobile teatrino alle nostre spalle è d'aiuto e ci basta dire che non vogliamo fare quella fine: due adulti al servizio di un bambino viziato convinto che il mondo giri intorno a lui e alle sue presunte esigenze.
E' stato come togliere il dito dalla crepa nella diga:  Gabriella e Walter sono partiti come fiumi in piena dopo un mese di piogge. Ricordi della loro infanzia,  racconti di come  hanno cresciuto i loro figli una trentina di anni fa, considerazioni su come gli alunni di Gabriella peggiorino anno dopo anno in un trend inarrestabile. La conclusione di quella coppia di over 60 è praticamente il  riassunto del mio blog, non ci posso credere.

Bambini egocentrici, viziati, sempre attaccati alle gonne di mamma, maleducati, privi del seppur minimo rispetto per l'autorità e gli adulti in generale. Bambini convinti che la vita sia un immenso luna park e gli adulti (tutti gli adulti, maestre e dottori compresi) siano solo degli animatori pagati per intrattenerli e farli divertire. Bambini  senza un buco in agenda, tra calcio, danza, catechismo, inglese, basket, teatro, le feste di compleanno, i compiti, lo yoga e quant'altro, ma che non sono mai scesi in cortile a giocare liberamente con i coetanei. Bambini con il cellulare, un profilo Facebook e un account Twitter che però non si sanno allacciare le scarpe. Bambini fondamentalmente vittime dei loro genitori . Genitori che hanno come unica missione la felicità dei loro pargoli, ma convinti che la felicità sia l'assenza di dolore, di noia, di responsabilità e di rispetto per gli adulti. Genitori che non perdono mai di vista i figli e non li lasciano essere bambini. Genitori che hanno fatto dei propri figli i loro migliori amici, cancellando ogni differenza generazionale. Genitori che mettono i desideri dei piccoli davanti ai propri, a quelli dei nonni e della società.

"Ma cosa abbiamo sbagliato?" chiede Gabriella.
"Questi genitori terribili di oggi sono i nostri figli, sono quei bambini che noi abbiamo educato in un certo modo e che adesso fanno tutto il contrario. Cosa abbiamo sbagliato? Me lo chiedo spesso e lo chiedo alle mie amiche, ma non capiamo."

Ci ho pensato anch'io.
Cosa ha sbagliato la generazione precedente? E' (anche) colpa loro se abbiamo completamente stravolto la figura del genitore? Sono convinta che il modo in cui ci hanno educato abbia avuto ripercussioni sul nostro modo di educare ed essere genitori, ma non gliene farei una colpa.

Ogni generazione cerca di non ripetere con i propri figli gli errori commessi dai propri genitori ed è proprio questo che hanno fatto le nostre madri e i nostri padri ed è quello che stiamo facendo noi. Il problema è che una lunga serie di correzioni  può portare ad un errore. Gli estremi si toccano e gli estremismi, in un senso o nell'altro, sono sbagliati. Era sbagliato mandare un bambino di cinque anni a lavorare nei campi e riempirlo di botte se non finiva di arare tutto il terreno di famiglia ed è sbagliato accompagnare fino in classe un bambino di otto anni portandogli addirittura la cartella.

I nostri genitori hanno abolito (o quanto meno edulcorato) le punizioni corporali, hanno cercato di instaurare un dialogo con noi e, cosa più importante, hanno cercato di renderci la vita più facile, risparmiandoci tutte quelle sofferenze che avevano patito da piccoli. Ci hanno permesso di studiare e di scegliere il nostro percorso di studi, ci hanno portato in vacanza con loro e ci hanno pagato le vacanze con gli amici finchè non abbiamo iniziato a lavorare, ci hanno lasciato vivere con loro, ci hanno mantenuto economicamente, ci hanno fatto il bucato, preparato la cena e aiutato fino a quando l'abbiamo voluto.
Fin qui tutto bene e le madri di oggi fanno lo stesso e anche di più per i loro figli.

I nostri genitori, però, ce lo hanno fatto pesare. "Nostra la casa, nostre le regole", ci dicevano. "Si fa così perchè lo dico io", rispondevano alle nostre proteste quando ci iscrivevano a lezione di violino. "Quando avrai uno stipendio tuo deciderai tu come spendere i soldi" ribattevano quando volevamo altre ventimila lire per l'ennesimo CD. "Io ti faccio studiare e tu devi prendere bei voti" era la litania ad ogni pagella. "Vai a letto" ogni capodanno alle dieci, perchè loro volevano passare la mezzanotte solo con gli amici, senza bambini stanchi e capricciosi a rovinare la festa. "Sto parlando" quando provavamo ad interrompere gli infiniti e noiosi discorsi tra adulti al pranzo di Pasqua o Natale.  "E' solo il tuo dovere" ci dicevano quando facevamo qualcosa di buono e speravamo invece in un "grazie" (o in una mancia). Noi sapevamo di essere dei privilegiati, ma sapevamo anche che questi privilegi avevano un prezzo: dover seguire le regole (ai nostri occhi ingiuste e noiose) dei nostri genitori.
Le madri di oggi hanno corretto questo errore, dando ai loro figli tutto ciò che desiderano senza farglielo pesare, senza addirittura aspettare che lo desiderino e lo chiedano.

Le madri di oggi vogliono che i bambini si sentano sempre ben accetti in un consesso di adulti, che si divertano sempre e comunque, che si presti loro attenzione ogni volta che aprono bocca e che non si pretenda troppo da loro perchè studiare è faticoso.
E' per questo che le madri fanno i compiti con i figli, lasciano a loro la scelta del menu per la cena, inventano giochi da fare in macchina, prenotano le vacanze solo in villaggi con baby, mini e junior club, raccontano ogni sera favole della buona notte, organizzano feste di compleanno faraoniche, diventano amiche e complici dei loro pargoli e cercano di guadagnarsi l'affetto dei figli evitando di dir loro NO!

Avete notato che la ribellione adolescenziale da porte sbattute in faccia è praticamente scomparsa? Avete osservato i ragazzi delle medie uscire dal portone della scuola, correre verso la madre e baciarla, anzichè vergognarsi a morte come facevamo noi se per sbaglio qualcuno ci vedeva insieme alla mamma? Ad un'analisi superficiale potrebbe sembrare un fattore positivo, ma non è così. Le madri di oggi credono di essere migliori delle nostre madri perchè i loro figli non si vergognano di loro, perchè le baciano in pubblico, perchè accettano la loro amicizia su Facebook, perchè non si chiudono in camera per telefonare agli amici, ma non è così. Per crescere e formarsi caratterialmente la fase di ribellione è necessaria, indispensabile. Cosa ne sarà di questi ragazzini una volta diventati adulti?

Cosa hanno sbagliato i nostri genitori? Io credo niente perchè ci hanno cresciuto con amore e disciplina, ci hanno dato tanto, ma non ce l'hanno regalato e oggi lo apprezziamo di più.
A sbagliare siamo noi, oggi. Diamo solo tanto amore e tante cose materiali ma, senza dare il giusto peso e il giusto valore a questi doni, come possono apprezzarli i nostri figli?

Cosa avete sbagliato, cara Gabriella? Niente. Ci avete educato, ci avete cresciuto e ci avete lasciati liberi di essere quello che volevamo. Purtroppo siamo diventati genitori che non vi piacciono e cresciamo bambini che vi spaventano per la loro insensibilità, ingratitudine e irrispettosità, ma voi mandate giù in silenzio e non ce lo fate pesare. Forse non avete sbagliato niente, ma state sbagliando adesso. Forse abbiamo ancora bisogno che la mamma ci dica che stiamo sbagliando, che non si fa così. A costo di farci arrabbiare, diteci ancora quello che dobbiamo fare, insegnateci a fare i genitori così come ci avete insegnato a nuotare e a guidare. Fatelo per i vostri nipoti.

Cosa stiamo sbagliando?

lunedì 8 aprile 2013

Non avete dimenticato niente?

Ho aperto questo blog il 13 febbraio 2012.
In 14 mesi ho scritto 50 post (con questo 51), ho avuto quarantamila visualizzazioni, sono stati scritti quasi 1000 commenti, ho trecento contatti su Facebook, 130 follower su Twitter e ho risposto a decine di messaggi privati e email. Il mio blog è stato condiviso sui social network, citato in un paio di forum di "mamme" e in un paio di blog di "non mamme". Ho tante lettrici donne e qualche lettore uomo, mi seguono ragazze poco più che ventenni e donne mature, già nonne. Sono cifre incredibili per una che, come me, ha deciso di scrivere un blog di critica e riflessione su un argomento così delicato come la (dis)educazione dei figli nell'Italia di oggi. Grazie a tutti.

Ho ricevuto elogi e critiche, incoraggiamenti e appunti risentiti, suggerimenti per nuovi argomenti e inviti a smettere di scrivere. Gli spunti di discussione sono stati tanti, molto più di quanto mi sarei mai potuta aspettare ma, a più di un anno di distanza, continua a mancare un elemento. Me ne sono resa conto mesi fa e da allora ho volutamente evitato di scriverne io per prima, nella speranza che qualcuno tirasse fuori l'argomento. Non è successo e proprio il fatto che non sia successo è probabilmente una delle cause della (dis)educazione dei figli nell'Italia di oggi.

Non avete dimenticato niente? O meglio, non avete dimenticato nessuno? Siete proprio sicuri?
...
...
...
Avete dimenticato, o volontariamente ignorato, o scientemente deciso di non menzionare loro: i papà!

Che abbiate figli o meno, che siate sposate, conviventi o single, che siate childfree, childless o madri di quattro figli poco importa: siete ugualmente colpevoli perché non avete mai nominato i papà! E non l'hanno fatto nemmeno gli uomini che mi seguono: non uno che abbia scritto "ma guarda che i figli si educano in due, non devi prendertela solo con le madri."

Le madri di oggi vogliono che il padre dei loro figli  partecipi emotivamente e attivamente alle varie fasi della gravidanza e, soprattutto, all'educazione dei figli. I padri devono andare dal ginecologo per le varie ecografie e visite, devono partecipare al corso preparto, devono essere con loro in sala parto e condividere con loro la gioia della nascita, devono cambiare pannolini, dare il biberon, raccontare le fiabe, partecipare alle riunioni di classe, assistere a tutte le recite scolastiche e alle partite o alle gare dei figli, andare alle feste di compleanno degli amichetti, portare i bambini al parco, scegliere vacanze adatte ai pargoli e chi più ne ha più ne metta. I padri devono fare i padri, benissimo, ma poi?

Poi la decisione finale spetta sempre a loro, le madri. Si sentono depositarie della verità assoluta in fatto di educazione dei figli e il rendere i mariti partecipi è solo una facciata, un gesto politically correct ma che reputano fondamentalmente sbagliato perchè loro, i padri, non sanno fare le madri. Non si ricordano di allacciare il giubbino, non conoscono bene le maestre quindi non possono mettere becco nella scelta della sezione, non si ricordano di mettere la cremina e il talco al cambio del pannolino, se il bambino si fa male non vanno immediatamente al pronto soccorso, non sanno pettinare la bambina, non si ricordano di mettere la merenda in cartella.... i padri non sanno fare le madri. Fanno poco e quello che fanno lo fanno male (per la precisione lo fanno diversamente da come lo farebbe la madre, il che per le mogli significa male). 

Le madri sono così intimamente sicure (e fiere) di essere il motore dell'intera famiglia, il punto di riferimento per tutti, le uniche e vere educatrici dei figli che non si degnano nemmeno di dire, per buona educazione, che i figli si tirano su in due, che c'è anche un padre responsabile, nel bene e nel male.

Nemmeno le non madri che mi seguono e leggono il mio blog hanno mai nominato i padri. Donne forti, donne in carriera, donne che hanno deciso di non avere figli per vivere al meglio il rapporto di coppia senza rischiare di perdere l'amore della loro vita per colpa di un bambino, donne single e fiere di esserlo, perchè tanto gli uomini sono tutti uguali, donne single in attesa del principe azzurro, donne che lottano per la parità dei diritti e che anche in casa  dividono i compiti domestici col compagno...donne di ogni tipo, ma tutte donne del Duemila. 

Le donne hanno lottato a lungo per la parità dei diritti, per il diritto al voto, allo studio, al lavoro, per l'indipendenza, per l'autonomia, per la dignità...le donne hanno lottato a lungo e in molti ambiti la parità ancora non è stata raggiunta. Se fossi nata nell'Ottocento sarei probabilmente stata in prima linea con le suffragette, se fossi vissuta negli anni Settanta avrei probabilmente bruciato reggiseni in piazza e, a precisa domanda, anche oggi mi viene naturale dire che la parità dei diritti sia un bene.

Ma...ma se avessimo sbagliato tutto? Se il ruolo della donna fosse solo quello di occuparsi dei figli e della casa? Non lo dico in senso riduttivo: oggi, prima giornata di sole dopo settimane di cielo grigio e pioggia, sono stata in giardino a strappare le erbacce, piantare gerani e canne di vetro, spazzare il portico, mettere un bel vaso di fiori freschi al centro del tavolo sotto il pergolato, poi ho preparato una torta e gli gnocchi fatti in casa. Oggi mi sono sentita bene, soddisfatta. Non c'è transazione andata a buon fine o pratica terminata che mi dia un simile senso di appagamento. Non c'è stato esame all'università nè discussione di tesi che mi abbia fatto sentire altrettanto soddisfatta di tutto il lavoro svolto. Il mio lavoro mi piace ma, per quante soddisfazioni possa darmi, non mi farà mai sentire così in pace con me stessa come abbellire il mio nido o passare una giornata con dei bambini (senza le madri però...Lena non si smentisce mai).

Mamma che lavora
Fino agli anni Settanta/Ottanta, quando le donne che lavoravano erano ancora una minoranza, con uno stipendio si viveva bene. Oggi, che quasi tutte le donne lavorano, con due stipendi da impiegato a stento si arriva a fine mese. Con l'entrata delle donne nel mondo del business la forza lavoro è raddoppiata e gli stipendi si sono dimezzati, è una legge di mercato...adesso, quindi, lavorare è praticamente d'obbligo.
Oltre al lavoro però ci sono sempre le pulizie, la spesa, i figli, le code dal dottore, il lavaggio della strada due volte a settimana e la macchina da spostare, le bollette da pagare in posta, il corso di fit gym per tenersi in forma e via dicendo. 

Certo, oggi anche gli uomini ci aiutano a gestire la casa, a pulire, a preparare la cena, a portare i bambini a scuola ma...siamo oneste: lo fanno bene come lo faremmo noi? No. Lo fanno con gioia? No. Gli uomini, mediamente, sono molto più appagati e soddisfatti per una transazione andata a buon fine o una pratica terminata che non per un prato appena tagliato. Gli uomini, mediamente, mangerebbero carne in scatola davanti alla tv (direttamente dalla scatola per non sporcare il piatto), mentre noi donne apparecchiamo la tavola e scegliamo tovaglioli di carta in tinta con la tovaglia anche quando siamo da sole.

Il punto è che uomini e donne sono diversi, si interessano di cose diverse e, quindi, dovrebbero fare cose diverse. Il fatto che una promozione sul lavoro sia una gratificazione anche per noi donne o che un giardino fiorito e curato faccia piacere anche agli uomini non è un buon motivo per invertire i ruoli. Se le donne si occupassero di casa e famiglia e gli uomini lavorassero solo fuori casa sono convinta che saremmo tutti molto più felici. Le donne potrebbero fare le casalinghe a modo loro, gli uomini potrebbero dedicarsi solo al lavoro senza altre preoccupazioni e, una volta insieme, la sera a cena, saremmo tutti più rilassati.

Credo che uno dei motivi che ha portato le madri che descrivo ad essere quello che sono sia anche questa parità dei ruoli tra uomo e donna. 

Le donne lavorano e hanno meno tempo da dedicare ai figli, che spesso vedono solo all'ora di cena. Poco tempo con i figli significa senso di colpa. Provare un forte senso di colpa significa cercare di accontentare i figli in tutto e per tutto in quel poco tempo che si passa insieme. Passare poco tempo insieme significa conoscere poco i propri figli e i bambini in genere  e, quindi, farsi prendere da un attacco di panico per un graffio sul ginocchio o un bernoccolo sulla testa. Le madri che lavorano, pensano anche alla casa e ai figli e sono fondamentalmente stanche, quindi cercano in ogni modo di evitare qualsiasi attrito che andrebbe ad appesantire la loro posizione (contenti loro, contenti tutti, ve lo ricordate?). In quel poco tempo che la madri passano con i figli c'è una sola cosa che desiderano: che quei momenti durino per sempre. Allora cosa fanno? Fanno in modo che i figli dipendano da loro il più a lungo possibile, non insegnano ai figli autonomia e maturità, ma la dipendenza: tredicenni che non si sanno tagliare  la pizza, undicenni che non si sanno allacciare le scarpe, bambini di otto anni a cui la mamma fa ancora il bagno nella vasca... (bambini a targhe alterne, ve li ricordate?)  Poco tempo, senso di colpa strisciante, senso di inadeguatezza.

Non poter fare solo le madri significa essere delle madri peggiori. Non perchè si passa poco tempo con i figli, ma perchè quel poco tempo che si passa con loro è vissuto con ansia, senso di colpa e speranza che quei momenti meravigliosi durino per sempre.

Se le madri potessero fare solo le madri, i padri potrebbero fare i padri a modo loro e, ne sono convinta, sarebbero bravissimi (a modo loro, non secondo l'insindacabile giudizio delle mogli). Le madri non pretenderebbero la loro presenza alle riunioni dell'asilo nido, (un'aberrazione il solo fatto che esistano delle riunioni dell'asilo nido) alle feste di compleanno degli amichetti o al momento del bagnetto. I padri potrebbero fare con i figli quello che gli viene più naturale e quindi meglio: piccoli gesti, piccole attenzioni che rimarranno impressi nella memoria dei figli. Se le madri facessero le madri e i padri facessero i padri i momenti passati tutti insieme sarebbero più sereni, soprattutto i bambini.

Siamo in Italia nel 2013, ma il peso dell'educazione dei figli è ancora tutto sulle spalle delle madri.
Lo sanno le madri, lo sanno le non madri e, soprattutto, lo sanno i padri.
Lasciate allora che guardino la partita invece che accompagnarvi alla festa di compleanno del compagno di scuola di vostro figlio. Lasciate che vadano a giocare a tennis invece che partecipare alla riunione di classe. Lasciate che vadano al parco senza raccomandargli diecimila volte di stare attenti al bambino, di mettergli la sciarpa e il cappello, di non prendergli la cocacola...

Se tute le madri potessero fare solo le madri la società ne guadagnerebbe.
Pensateci, donne. Non stareste meglio se non doveste lavorare e poteste fare solo le donne e le mamme?
Pensateci, uomini. Non preferireste fare gli straordinari piuttosto che lavare i vetri o stendere i panni?
Pensateci... 
Io ci ho pensato e sarei felicissima di poter fare solo la donna...potrei addirittura pensare, in quel caso, di fare anche la mamma.

martedì 2 aprile 2013

A chi piace?

 "Secondo me era molto meglio, almeno la protagonista non era la solita ragazzina bella, brava e
Violetta
intelligente..."
"Sì, ma l'altra era ridicola: era brutta solo perchè la pettinavano così e le mettevano quegli occhiali spessi"
"Sì, ma poi nelle ultime puntate diventava più carina..."
 "Comunque anche le canzoni, sono molto meglio quelle di Violetta."
"Ma quelle di Patty erano più ritmate, ti veniva voglia di ballare..."
"A Serena piace di più Violetta."
"Anche a Caterina, ma forse è solo perchè quando davano Patty lei era ancora un po' troppo piccola"
"Ma ti ricordi quando Patty e Antonella con una magia si erano scambiate i corpi?"
"Sììì, ma ai bambini le magie piacciono, il brutto è stato quando Giusy è diventata cieca..."

Questo dialogo mi ha convinto a non salire più su un treno, una metropolitana o un tram. O quanto meno a comprarmi un iPod e a salire sui mezzi pubblici solo opportunamente isolata.
Due mamme, abbondantemente sopra i quaranta, hanno amabilmente discusso per ventitre minuti della trama di Violetta e del Mondo di Patty (e vi assicuro con cognizione di causa), di A Tutto RitmoLa Mia babysitter è un vampiro. Era evidente che non si erano perse una puntata: sapevano tutta la trama, tutti i nomi e, orrore degli orrori, hanno canticchiato la sigla.

E poi c'è lei, il mio nuovo incubo. E poi c'è lei, utilizzata come immagine del profilo da decine di madri su Facebook. E poi c'è lei, che viene definita da quelle madri "Unica", "Eccezionale", "Meravigliosa". E poi c'è lei, Peppa Pig!

Memole
Anni '80, tipico dialogo a casa di piccola Lena:
"Mamma, hai visto in giro le mie figurine di Memole?"
"E cos'è?"
"Memole, la folletta con i capelli viola..."
"Ah, gli gnomi di Babbo Natale!"
"No, quello è Alla Scoperta di Babbo Natale, io dico Memole: ha un cappello rosso, il vestitino giallo..."
"Ah, quella che canta!"
"No, quella è l'Incantevole Creamy. Anche lei ha i capelli viola e il vestito giallo, però è grande, Memole è piccola...va beh, fa niente...se trovi delle figurine colorate me lo dici?"
Per mia mamma i cartoni animati si dividevano in:
1)I Puffi= I Puffi, Gli Snorky, David Gnomo, Maple Town, Dolce Memole, Alla Scoperta di babbo Natale e tutti i cartoni animati dove uno o più protagonisti erano bassi.
2) Mimì= Mimì e la nazionale di pallavolo, Mila e Shiro, Holly e Benji, Hilary e tutti i cartoni "sportivi"
3) Candy Candy= Candy Candy, Milly un giorno dopo l'altro, Sarah lovely Sarah, Georgie, Lady Oscar e compagnia bella.
4) Parimpampu= L'incantevole Creamy, Magica Emy, Gigì principessa dei sogni, Sandy dai mille colori e tutti quelli con una bacchetta magica.
5) La Disney.

Per mia nonna i cartoni animati si dividevano in:
1) Bim Bum Bam: tutti quelli trasmessi in televisione
2) Topolino: tutti i classici Disney che guardavo in videocassetta.

Mia mamma non guardava mai i cartoni animati insieme a me e, se le capitava di essere nella stessa stanza mentre io li guardavo, non ci prestava attenzione, così come io non prestavo attenzione ai telegiornali o a Beautiful. Oggi, invece, le mamme sanno tutto dei programmi che guardano i figli, ma c'è di peggio: quei programmi piacciono anche a loro!
Ho visto mamme impazzire davanti ad una vetrina piena di oggettini di Hello Kitty e disperarsi perchè alla loro età non possono comprare la cover rosa e glitterata per il cellulare, ho visto mamme con la borsetta di Winnie the Pooh e, ve lo giuro, ho visto mamme andare in giro con la maglietta si SpongeBob e dire che è un cartone animato meraviglioso!
Io non ho figli, ma adoro i cartoni animati della Disney e ho magliette e borse con Minnie e Topolino, ma mi sono sempre piaciuti, piacciono a me. Io lavoro con i bambini, quindi mi tengo informata, ma se un telefilm è stupido non me lo faccio piacere solo poerchè i "miei" bambini lo adorano. Se mi piace Hanna Montana è perchè piace a me! Queste madri, invece, prima di procreare, nemmeno sapevano chi fosse SpongeBob e non avevano mai guardato Disney Channel, mentre adesso hanno in macchina il cd di High School Musical. E' questo improvviso cambiamento che mi inquieta, oltre al loro fanatismo che rasenta il ridicolo...

Le mamme di oggi, infatti, non solo conoscono, guardano, seguono con interesse e perfino registrano i cartoni animati dei figli, ma sono le prime a scovare tutti i gadgets, gli annessi e i connessi.

"L'altro giorno ho visto in edicola una pallina dei Puffi, ma non era una pallina: era un braccialetto chiuso
Borsette Hello Kitty
dentro una pallina di stoffa! L'ho portata a casa a Viola ed era felicissima, anche perchè era appena arrivato in edicola e non sapeva nemmeno che esistesse, quindi doppia sorpresa!"

"Ho letto su internet che uscirà a breve il cofanetto con la nuova serie di Violetta, quindi l'ho già prenotato su Amazon così per il suo compleanno ce l'ha e sarà la prima a vederlo, perchè esce proprio pochi giorni prima..."

"Guarda che è meglio se compori il pacchetto con la carta argentata: c'è una figurina in meno rispetto al pacchetto con la carta nera, ma una è sicuramente della serie speciale da collezione e poi se prendi quattro pacchetti il quarto è in omaggio. Io non l'ho detto a Fili, così ogni giorno gli regalo un pacchetto, e il quinto giorno è gratis..ahahha".

Anni '80, tipico dialogo a casa di piccola Lena:
"Mamma, lo sai che ho visto i pupazzetti degli Snorky..."
"E chi sono?"
"Quelli che vivono in fondo al mare, che hanno un tubo sulla testa..."
"Tipo i Puffi?"
"mmm...sì, tipo. E hanno fatto i pupazzetti di plastica con il tubo che si piega, una mia amcia ce li ha..."
"E cosa te ne fai?"

Il "Cosa te ne fai" era tipico della mia mamma...lo è ancora adesso quando le dico che mi sono comprata lo smalto adesivo damascato o una spugna naturale per lo scrub o qualunque altra cosa lei non usi. Ho poi ricevuto dei pupazzetti degli Snorky, ma non me li ha cercati lei, non è stata la prima a portarmeli e propormeli, non ha insistito perchè io li avessi. Me li ha comprati una volta che eravamo insieme in centro e io mi ero fermata con gli occhi da cane bastonato davanti alla vetrina della cartoleria. Me li ha comprati perchè io li volevo, non perchè lei volesse che io li avessi, che è ben diverso.

Oggi non esistono più i "Cosa te ne fai?", oggi ci sono solo i "Che bello chissà quanto le piacerà!", i "Lui adora Manny Tuttofare, questa maglietta con gli attrezzi gliela devo asolutamente comprare!" o i "Gli ho messo in cameretta gli stickers dei Barbapapà, poi tra un paio d'anni quando sarà più grande li cambieremo con le decorazioni dei cartoni che gli piaceranno."

Questa commistione tra il mondo dei bambini e quello degli adulti è profondamente sbagliata perchè i bambini si convincono che il mondo giri intorno a loro, che gli adulti debbano fare quello che fanno loro, amare quello che amano loro, giocare come loro, pensare come loro...No! 

Gli adulti non sono bambini...o forse sì? Forse è proprio questo il problema fondamentale della nostra generazione: non siamo abbastanza adulti per fare i genitori, così facciamo gli amici e i compagni di gioco dei nostri figli?




mercoledì 20 marzo 2013

La mia mamma

Tra i miei lettori c'è chi non capisce e si domanda da dove provenga tutto questo astio nei confronti delle madri. Molti di loro mi hanno chiesto -vuoi con sincera preoccupazione e profondo dispiacere, vuoi con arroganza e sfida- se mia madre è stata una donna così orribile da portarmi ad odiare la categoria. Facendo della volgare psicoanalisi da reparto libri dell' Esselunga hanno dedotto che, se critico così duramente il comportamento delle madri, deve obbligatoriamente esserci una motivazione profonda che va fatta risalire alla mia infanzia e alla carenza d'affetto da parte di mia madre.

Nulla di più lontano dalla realtà.

Ho sempre detto -perfino durante il burrascoso periodo dell'adolescenza- e sempre dirò, che non potevo desiderare genitori migliori. Perfetti? Ovviamente no, nessuno di noi lo è, ma mi hanno educato, cresciuto e e accompagnato secondo uno schema che potrei definire ideale. Amore e libertà, affetto e disciplina, dialogo e regole, sempre presenti ma non amici. Sono fortunata perché non c'è nulla che cambierei dei miei genitori, di come mi hanno cresciuta e del rapporto che abbiamo ancora adesso.

Mia mamma non era una di quelle madri ansiose e iperprotettive di cui parlo nel mio blog. Mia mamma non viveva solo per me e non mi metteva al centro dell'universo. Mia mamma non faceva tutto al posto mio, non faceva i compiti con me e non mi guardava mentre facevo nuoto o basket. Mia mamma non organizzava feste di compleanno faraoniche, i miei giochi erano solo in camera mia, non avevo giochi a casa dei nonni né in macchina, non sceglieva le vacanze in base a quello che piaceva a me e i fine settimana andavamo spesso a trovare i nonni, anche quando durante l'adolescenza avrei preferito passare i pomeriggi con i miei amici. Era forte lei? Non credo. Il punto è che ha avuto una figlia negli anni Ottanta e tutte facevano così.

Mia mamma mi perdeva di vista. Quando tre anni fa mia cugina ha avuto un bambino si lamentava di non poter nemmeno andare a fare la pipì, figuriamoci una doccia, perché non si può lasciare un neonato senza sorveglianza. Mia mamma le ha detto che i primi mesi è così, che bisogna farci l'abitudine ma che, in ogni caso, avrebbe potuto portare la culla o il dondolino in bagno e farsi una doccia tranquillamente. Una volta rimaste sole le ho chiesto se lei mi portava in bagno, se mi teneva sotto stretto controllo ventiquattro ore su ventiquattro, se mi faceva dormire in camera con lei e se davvero non mi perdeva mai di vista, nemmeno mentre dormivo. Si è fermata a pensare, seria. "Ma nooo. Adesso che mi ci fai ripensare, assolutamente no! Facevo la doccia, stiravo, cucinavo, facevo tutto quello che si fa in casa. certo, venivo a controllarti ogni tanto, ma per il resto facevo la mia vita normale, con te lì nella culla o nel dondolino in camera o in sala... tanto nei primissimi mesi di vita i bambini mangiano e dormono e basta. Proprio mentre dormivi mi è  capitato di assentarmi dieci minuti per andare a prendere il latte o i pannolini, scendere a firmare raccomandate o ritirare pacchi e pensa che, quando avevi solo cinque giorni di vita, sono andata in stazione a prendere la nonna che era venuta a "conoscerti".
Per mia cugina non poter fare la doccia era un dato di fatto e l'ha detto con una tale naturalezza che a mia madre è venuto istintivo darle ragione. Se avesse un bambino oggi, quindi, probabilmente anche lei sarebbe convinta di non poter andare in bagno perché nessuna ci va, ma io sono sopravvissuta, sono qui sana e felice e la ringrazio di non avermi portata in bagno con lei.

Mia mamma mi lasciava. Quando sette anni fa mia zia è diventata nonna mia mamma era felicissima per lei. Era appena andata in pensione ed un frugoletto da spupazzarsi era la cosa più bella che potesse capitarle. Sono passati sette anni e mia zia non ha mai -e dico mai- avuto il piacere di avere il bambino a dormire da lei per il fine settimana, mai una giornata insieme (soli nonna e nipote) in piscina o al lago, mai una cena. In sette anni mia cugina (un'altra cugina, non la stessa del bagno tanto per chiarire che è un male diffuso) non è mai andata via insieme al marito per un fine settimana romantico, non è mai uscita a cena senza portarsi dietro anche il pargolo, non ha mai lasciato che la nonna da sola lo portasse in piscina o in montagna. Mia mamma consola spesso la sorella, dicendole che una madre si sente in colpa a lasciare il figlio, a non passare del tempo con lui. Ogni volta che la sento consolare mia zia mi arrabbio. Mi arrabbio perché lei, giustamente, ha passato molti week end fuori porta con mio padre lasciandomi dai nonni, è uscita spesso a cena con amici che lasciavano anche loro i figli dai nonni. Ho sempre passato il capodanno dalla nonna materna o dai nonni paterni, facendo felici tutti in un colpo solo: i nonni che per l'ultimo dell'anno non avevano altri programmi che non aspettare la mezzanotte davanti alla TV ed erano quindi felicissimi di avere una bambina per casa, di lanciare stelle filanti e coriandoli e di festeggiare; i miei genitori, felicissimi di poter passare una serata tra adulti, tirar tardi e divertirsi; io, che ero felicissima di poter stare alzata fino a mezzanotte e guardare i fuochi artificiali dalla finestra. Ogni volta che mia mamma consola mia zia, giustificando sua figlia, mi arrabbio perché lei, giustamente, dopo nove mesi di gravidanza e sei di allattamento e notti tribolate, è andata dieci giorni in vacanza insieme a mio padre, lasciandomi dalla nonna. Mi arrabbio perché i figli, a volte, vanno lasciati. Fa bene ai bambini che imparano a stare insieme ad altre persone,  fa bene alla coppia di genitori che mantengono i propri spazi e fa bene ai nonni che si sentono utili e hanno compagnia. Mi arrabbio perché adesso, quando mia cugina dice che lei suo figlio non lo lascerebbe mai a dormire fuori casa finché è così piccolo (sette anni????), mia mamma dice che forse nemmeno lei avrebbe dovuto lasciarmi così spesso dai nonni (una volta al mese sì e no, si badi bene, non tutti i fine settimana) e si sente in colpa. Se avesse un bambino oggi, quindi, probabilmente anche lei sarebbe convinta di non potersi godere un week end in montagna, ma io sono qui, felice di aver passato tanto tempo con i nonni e la ringrazio per avermi lasciato da loro, per avermi regalato tutti questi ricordi insieme a loro.

Mia mamma mi ha fatto crescere. L'estate scorsa ho invitato qui da me degli amici di famiglia e mia mamma. Una bella cena in giardino, quattro adulti, un bambino di sette anni e una bambina che di lì a poco avrebbe iniziato la seconda media. La chiamo "bambina" con cognizione di causa: parlata cantilenante come una volta avevano solo i bambini dell'asilo, sempre attaccata alle gonne della mamma, incapace di stare composta e seduta a tavola per tutta la durata della cena; la madre le ha tagliato la carne e il padre le versava da bere, la madre le ha chiesto mille volte cosa preferiva mangiare, il padre le ha detto che doveva finire la carne (con poca convinzione, visto che poi non l'ha finita). Aveva freddo e le ho chiesto se aveva un giubbotto. Mi ha risposto che sì, ce l'aveva in macchina. Le ho detto di andare a prenderlo, ma non ha voluto andarci da sola perché aveva paura. L'ha accompagnata la madre. Distanza tra il tavolo in giardino e la macchina: 35 passi. Macchina visibile dal tavolo: sì. Strade da attraversare o situazioni pericolose: no. La macchina era parcheggiata davanti al cancello che da direttamente sul giardino dove noi stavamo mangiando. Una volta da sole, ho commentato con mia madre che quella bambina era troppo bambina, ma lei l'ha giustificata: "Ma è piccola, ha solo undici anni, è ancora una bimba." "Mamma, ti ricordi cosa ho fatto io, ad esempio, l'estate tra la quinta elementare e la prima media, quindi alla sua età esatta -visto che lei ha fatto la primina?" "Oddio ma certooo... è vero!!! Tu eri a casa da scuola, io e il papà eravamo a lavorare e mi hai chiesto di andare a trovare la nonna e farle una sorpresa. Il giorno dopo sei andata a piedi in stazione, hai preso il treno per Milano, sei scesa in Cadorna, hai preso la metro fino a Porta Genova, hai aspettato il treno, sei scesa e sei andata a casa della nonna a piedi, che per poco non le viene un infarto..." Io e mia mamma avevamo fatto quello stesso tragitto insieme almeno un centinaio di volte da quando, tre anni prima, ci eravamo trasferiti e spesso, per gioco, la guidavo io. Mi divertivo a riconoscere la stazione giusta, a scendere in metropolitana e far finta di sbagliare direzione per vedere quando mi avrebbe corretto... insomma mia mamma sapeva che ero perfettamenmte in grado di farlo e me lo ha fatto fare. Erano i primi anni Novanta, non esistevano i cellulari, quindi mi ha comprato una scheda telefonica in caso di emergenza. Vent'anni fa ha lasciato sua figlia andare da sola in treno ed in metropolitana e andesso giustifica una bambina della setssa età che non vuole prendere il giubbotto in macchina da sola le fa tenerezza.  Se avesse un bambino oggi, quindi, probabilmente anche lei sarebbe convinta di non poterlo lasciare andare da solo a scuola, ma io sono qui, felice di aver imparato a cavarmela da sola e la ringrazio.

E ancora, commentando con lei attimi di vita vissuta dei genitori del Duemila scopro (o dovrei dire riscopro coi suoi occhi, visto che anche io mi ricordo quei momenti) che in macchina non portavo giochi e che la noia non era una tragedia, che alle mie feste di compleanno, fatte solo alle scuole elementari e non prima, c'erano sei o sette invitati, che facevo i compiti da sola e che lei non mi controllava il diario, nè la cartella, che giocavo in cortile con gli altri bambini mentre le mamme erano in casa, che ogni tanto -ma solo ogni tanto- giocava con me o guardavamo insieme un cartone animato, che in casa si ascoltava Lucio Battisti, non Il coccodrillo come fa? che sulla giostra con me non ci è mai salita e che nessuna mamma ci saliva, che i miei disegni più belli -quindi pochissimi- li teneva in un cassetto e non appesi in bella mostra sul frigorifero e in ogni angolo della casa, che se diceva "no" era no e non dovevo più chiedere -ma se diceva "vediamo" sapevo che potevo contrattare- e molto, molto altro... Faceva quello che facevano le altre mamme, quello che avevano fatto le loro mamme, quello che era considerato giusto e normale.

Oggi mia madre non rifarebbe più quelle cose. Non si è pentita e una figlia che di cuore la ringrazia per averli cresciuta così è sicuramente la conferma di come abbiano preso le decisioni educative corrette. Non mi lasciava sola a cuor leggero, ma era giusto così per il mio bene e per il suo bene. Gli uccellini devono essere buttati giù dal nido per imparare a volare.  Oggi mia madre non rifarebbe più quelle cose e a volte rimuove di averle fatte perché oggi la società la considererebbe un mostro, avrebbe gli assitenti sociali alle calcagna e io probabilmente sarei già in cura da un mediatore familiare o da uno psicologo nominato dalla scuola.

Se anche mia madre, che mi ha cresciuto come io vorrei crescere i miei figli, oggi giustifica ragazzini immaturi, madri iperapprensive e bambini frignoni significa che è cambiata la morale di un'epoca, che è cambiato il modo di essere mamma. Significa anche, purtroppo, che non ho speranza, che non potrei mai crescere i miei figli come lei ha cresciuto me.

Grazie mamma per tutto quello che hai fatto, ma soprattutto che non hai fatto per me. Sono adulta, ormai, e toccherebbe a me prendermi cura di te ma ti voglio chiedere un ultima cosa: se mai dovessi decidere di correre il rischio, se mai volessi mettermi alla prova e tentare di essere una madre diversa dalla Mamma del Duemila tu aiutami. Ricordati e ricordami che si può fare la doccia mentre il bambino dorme, che alle riunioni all'asilo non è obbligatorio andare, che un ginocchio sbucciato è tutta salute, che i compiti li fanno i bambini da soli, che si gioca in cortile, che a undici anni si è grandi...ricordati e ricordami la mamma che sei stata.

lunedì 11 marzo 2013

Scusate il ritardo...

Scusate il ritardo. A metà dicembre sono sparita nel nulla, senza una spiegazione, né un saluto e mi dispiace. Qualcuno dei miei lettori mi ha chiesto se sono rimasta incinta. No, ovviamente. Quelle come me non rimangono incinta. Non credo nell'errore, né tanto meno nel 'per una volta cosa voi che succeda?'. La verità è che ho cercato, trovato e accettato un nuovo lavoro che, spero, potrà diventare un domani la mia attività principale. Per il momento, però, ho dovuto incastrare questo nuovo lavoro tra i mille impegni che già avevo. Le prime settimane credevo di riuscire a continuare anche il blog, poi mi sono ripromessa di scrivere un post per avvisarvi dell'interruzione e alla fine eccomi qui, a lavoro ultimato, a scusarmi per il ritardo.

Il mondo si divide in due: quelli che arrivano sempre in anticipo e quelli che arrivano sempre in ritardo. I primi ogni volta si domandano perché finiscono sempre per aspettare la gente che non mostra il minimo rispetto, i secondi si prodigano in mille scuse. Scuse. Non sono proprio delle bugie, ma nemmeno la verità. Sono di solito delle situazioni plausibili, probabili, quasi certe. Scusa, ma ho trovato il passaggio a livello chiuso e poi l'uscita dei ragazzi dal liceo...un casino guarda. Scusa, ma mi ha chiamato mia suocera un attimo prima che uscissi di casa e mi ha tenuto al telefono mezz'ora. Scusa, ma avevo davanti un camion e non c'era modo di sorpassare, ho fatto tutto il viaggio a trenta all'ora. Scusa, ma mi sono fermata in posta a ritirare una raccomandata e non credevo di metterci così tanto. Scuse, appunto. Il passaggio a livello sarà anche stato chiuso, ma è chiuso sedici volte al giorno e quindi dovresti sempre partire cinque minuti prima sapendo che le probabilità di trovarlo chiuso sono alte. In posta c'è sempre tanta gente, se hai un appuntamento alle undici non puoi andarci alle undici meno venti. Sono scuse, bugie se preferite, ma sono buona educazione.

Posto che ormai siamo in ritardo è bene far capire a chi ci aspettava che non l'abbiamo fatto di proposito, che non è dipeso da noi, che ci dispiace per l'inconveniente, che abbiamo fatto di tutto per arrivare puntuali. Si utilizzano scuse plausibili, probabili, quasi certe proprio perché anche in nostro interlocutore si è trovato spesso in situazioni simili e sa quello che significa. Le scuse che scegliamo sono quelle comunemente accettate da tutti, esperienze condivise e sulle quali nessuno può aver nulla da ridire. Non ci sogneremmo mai di dire -nemmeno se fosse la verità- che abbiamo fatto tardi perché non riuscivamo a decidere cosa mettere, abbiamo provato ogni abbinamento disponibile nel nostro guardaroba, scelto un completo marrone e poi make up, pettinatura, orecchini in pendant ma, un attimo prima di uscire (già in lieve ritardo) ci siamo rese conto che il trench beige era in lavanderia e abbiamo quindi optato per una gonna nera, camicia rossa, poi cambio di make up e pettinatura, cambio di borsa, spolverino nero e (con un ritardo ormai inaccettabile) siamo partite.

Scuse plausibili, comunemente accettate. Non sempre, non più.

Era domenica e dovevo lavorare. Aspettavo una famiglia di Treviso che aveva affittato un appartamento per le vacanze estive. Mi avevano chiesto se era possibile arrivare verso mezzogiorno, per poter preparare il  pranzo al bambino già in appartamento e gli avevo detto che sì, certo, sarei stata lì ad aspettarli già verso le undici e mezza. All'una mi hanno chiamato per dirmi che il bambino non ce la faceva più e si erano fermati a mangiare lungo la strada. Non in autogrill, perchè con un bambino non si può, ma avevano trovato un posticino carino a pochi chilometri dall'uscita dell'autostrada. Erano ormai le tre, avevo fatto tutto quello che potevo fare, controllato tutto il controllabile e telefonato a tutti quegli amici e parenti che non sentivo da un po' (grazie Offerta Free Sunday). Finalmente, alle quattro e venti, mi hanno richiamato. Il bambino piange, non vuole stare in macchina, ci siamo fermati a fare una passeggiata. Ma porc'... Verso che ora pensate di arrivare, allora? perché io... Risposta: "siamo vicini, ma dipende dal bambino. Se continua a piangere dobbiamo stare qui al parco." Finalmente, alle nove meno dieci arrivano. Io mi aspetto di vedere un povero neonato  provato da un lungo viaggio in macchina, infastidito dall'aria condizionata, innervosito e stanco o un piccoletto che soffre la macchina ed è ridotto ad uno straccio e invece la mamma apre la portiera posteriore e scende un bambino di tre anni che mi guarda e dice: "Era ora, ma quanto ci abbiamo messo ad arrivare?" E lo chiedi a me? A me che ho perso la domenica ad aspettare voi? La madre mi spiega poi che il bambino in macchina si annoiava, continuava a piangere e non voleva giocare a niente, quindi si erano per forza dovuti fermare. Nove ore di ritardo perché il bambino in macchina si annoia?

Era sabato e aspettavo amici per cena. Avevo preparato tutto, erano le otto e dovevano arrivare da un momento all'altro. Aspettavo la mia amica Cristina, suo marito Giacomo e la piccola Emma, di quattro anni. Alle nove meno venti le mando un SMS  Niente. Alle nove, finalmente, arrivano. Apro la porta e mi trovo davanti Cristina con in braccio una Emma in lacrime. Sto per chiederle se va tutto bene, ma Cristina mi anticipa: "La zia Lena ha tutto pronto, guarda in cucina. Adesso glielo chiediamo e vedrai che la camomilla è quasi pronta, la tua, quella con i fiori sulla scatola, proprio la camomilla delle principesse, la zia Lena te l'ha già preparata, vero zia Lena?" Mi strizza l'occhio. "Certo tesoro, (???) è quasi pronta, ti stavo solo aspettando." Con un abile trucco la bambina viene momentaneamente distratta e Cristina va in cucina a nascondere la camomilla delle principesse nella mia dispensa. "Scusa il ritardo, ma stavo dando da mangiare a Emma e quando le ho detto che saremmo venuti qui ha iniziato a fare i capricci. Prima voleva che veniste voi da noi per farti vedere tutti i suoi giochi, poi ha voluto a tutti i costi farti un disegno, poi ha scelto cinque bambole da portarsi qui e un libro da colorare e poi si è messa in testa che qui da voi voleva la camomilla e che tu non ce l'avevi.". Un'ora di ritardo per i capricci di Emma?

Era un afoso martedì di fine giugno. Con mia cognata e i nipoti decidiamo di andare in piscina a rinfrescarci un   po'. Vieni da noi subito dopo il lavoro e andiamo subito, mi aveva detto. Esco dall'ufficio, mangio un gelato da Grom (ma quanto è buono?) e alle due, come d'accordo, sono da lei. Mi apre la porta Andrea, il grande. Mi dice di entrare e, se voglio, di guardarlo giocare alla PlayStation. Anche no... "Ma certo, però solo questa partita perché adesso andiamo in piscina, che è molto meglio.". "Aspetta e spera...". Trovo mia cognata in cucina, seduta al tavolo con la piccola. Libri e quaderni, matite e righelli, astuccio, diario e cartella. "Hai visto che è già arrivata la zia? E tu non hai ancora finito i compiti! Finché non li finisci in piscina non ci andiamo, hai capito? Non è possibile metterci due ore per scrivere cinque pensierini sulle tue vacanze!" Poi si rivolge a me. "Io non so come fare, guarda, non si vuole concentrare, eppure durante l'anno scolastico era così brava. Adesso è una questione di principio: finché non finisce non andiamo!".
Penso che è un afoso pomeriggio di fine giugno. Penso che la scuola, la seconda elementare per la precisione, è finita da sì e no due settimane, penso che all'inizio della scuola mancano due mesi e mezzo, penso che con questo caldo e questo sole nemmeno io riuscivo a concentrarmi in ufficio, penso che dopo nove mesi di scuola, corso di inglese, pallavolo, nuoto e teatro un po' di meritato riposo sia sacrosanto, penso che io facevo i compiti il giorno in cui mi arrivava il libro delle vacanze (un intero pomeriggio a scrivere bene, ordinato, a scegliere gli esercizi più belli) e poi tutto il resto la prima settimana di settembre, penso che ho voglia di andare in piscina e anche Anita deve essere d'accordo con me. La bambina frigna, la mamma prova con le buone, con le cattive, poi ancora con le buone. Sono già passati venti minuti, vado un po' con Andrea a giocare alla Play. Altri quindici minuti e sento ancora la bambina che frigna e la mamma che ci prova con le buone e poi con le cattive. Qui non si cava un ragno dal buco, la situazione è ormai compromessa. Prendo l'iniziativa, strizzo l'occhio alla cognata, dico ad Anita che le bambine grandi fanno i compiti sulla scrivania in camera, quella con la luce alogena come nello studio di papà e la porto via. La magia è presto fatta: fare i compiti con la zia è una novità e in dieci minuti ha i suoi pensierini scritti in bella copia sul quaderno di italiano e possiamo andare in piscina. Quarantacinque minuti di  ritardo per i compiti della bambina e a giugno per giunta?

No, no e no. Arrivare in ritardo perché Mattia si annoia in macchina, perché Emma fa i capricci o perché Anita non fa i compiti non sono scuse accettabili. Può capitare la giornata no, può capitare il capriccio, può capitare che i bambini ci facciano perdere tempo, ma non possiamo ammetterlo beatamente come se fosse la cosa più normale del mondo. E' come se arrivassi tardi in ufficio e mi giustificassi col mio capo: "Mi scusi, sa, ma non riuscivo a pettinarmi questa mattina. Quando piove mi si gonfiano i capelli e devo usare la piastra se non voglio sembrare la vocalist di un gruppo reggae.". Può anche essere vero, ma non posso dirlo. Ammettere candidamente -e per giunta senza imbarazzo- che il bambino non aveva voglia di uscire e quindi abbiamo fatto tardi è come dare il due di picche a uno con la scusa che dobbiamo lavarci i capelli o sbrinare il frigo. Non si fa, non si può. No, no e no.

Quello che mi colpisce in maniera particolare è che queste donne, queste madri, sono convinte di avere la piena comprensione del poveraccio che le ha aspettate. Come incolpare un bambino che ha una giornata storta? Come non capire che una madre può arrivare in ritardo? Certo che può, se il bambino è ammalato o si è fatto male, se è stato male o se è caduto dalla bicicletta e si è rotto un dente. Con i bambini gli imprevisti capitano e nessuno può fargliene una colpa. Queste madri, però, non utilizzano degli imprevisti come scuse, ma delle semplici situazioni quotidiane e quindi gliene faccio una colpa. Alle madri, beninteso, non ai bambini.

La cosa deleteria, però, è un'altra: le madri si scusano per il ritardo dovuto ad un capriccio del loro pargolo davanti al bambino, giustificandolo. Scusa, sai, ma proprio non aveva voglia e allora gli ho dovuto leggere una favola. Scusa, sai, ma non voleva mettersi il giaccone invernale e col freddo che fa non potevo certo dargliela vinta, quindi ho passato mezz'ora a convincerlo. Scusa, sai, ma oggi voleva andare al parco con i suoi amici e mi ha messo il muso, quindi gli ho promesso che ci saremmo fermati a prendere un pacchetto di figurine prima di venire qui. 
In questo modo i bambini -la cui furbizia è inversamente proporzionale all'età- capiscono di avere il potere, di poter fare quello che vogliono e di poter addirittura far fare alle madri quello che vogliono. Se questa volta per andare dai nonni sono riuscito a farmi comprare le figurine, la prossima volta mi faccio comprare un pallone nuovo. Se piangendo la mamma è rimasta a casa con me fino alle tre, la prossima volta non la faccio uscire del tutto. Non sono pensieri razionali, ovviamente, ma questo è il messaggio che ricevono e così il gatto inizia a mordersi la coda in un cerchio senza fine.

Scusate il ritardo, ma dovevo lavorare.


venerdì 14 dicembre 2012

Decidi tu?

Il mio bar preferito è chiuso per ferie e passare un'intera settimana senza il mio buon caffè macchiato freddo, senza le battute di Francesco il barista e senza il quotidiano locale da sfogliare è una settimana dura da sopportare.
Ieri sono andata a fare la spesa e ho avuto la malaugurata idea di prendere un caffè al bar edicola che si trova tra il minimarket e la palestra comunale. Un bugigattolo di quattro metri per quattro nel quale il gestore è riuscito a far entrare: un bancone, due tavolini con tre sgabelli ciascuno, un enorme espositore dove sono accatastati tutti i giornali e tutte le riviste attualmente in pubblicazione, uno scaffale pieno zeppo di giochini, dalle bolle di sapone alle figurine, dai braccialetti alle palline che rimbalzano, dai mostriciattoli appiccicosi ai cuccioli cerca amici. Su ogni ripiano disponibile, poi, ci sono ovetti Kinder, gomme da masticare, penne e pennarellini colorati, panettoncini e pandorini, cioccolatini, bibite e gadget di ogni tipo.
Il paradiso di ogni bambino, l'incubo di ogni adulto affetto da claustrofibia e iperacusia.

Entrano un uomo sui quarantacinque anni ed una bambina di quarta o quinta elementare.
Il padre cerca i quotidiani, la bambina guarda affascinata un Babbo Natale di dubbio gusto che, al ritmo scampanellante di Jingle Bells, sale e scende senza sosta, ma con qualche tentennamento, una scaletta illuminata.
Papà: "Scegli un giornalino, che te lo compro".
Bambina: "..."
In silenzio la bambina si avvicina al reparto bambini ed inizia a guardare riviste e fumetti. Passano sì e no cinque secondi e il padre, senza nemmeno girarsi verso di lei, la incalza:
Papà: "Allora, hai deciso quale vuoi?"
Bambina: "..."
In silenzio la bambina guarda un fumetto, poi un altro, poi un giornalino tutto rosa, poi una rivista sui telefilm  Passano sì e no quindici secondi e il padre, senza nemmeno girarsi verso di lei,  la incalza:
Papà: "Dai, veloce, scegli quello che ti piace di più così pago e andiamo".
Bambina: "..."
Entra una donna e, ancor prima di aver varcato la soglia, si rivolge alla bambina:
Mamma: "Stai scegliendo un giornalino? Brava, così lo leggi in macchina. Hai deciso quale vuoi, ce ne sono tanti, ne troverai uno che ti piace..."
Papà: "E' mezz'ora che siamo qui, ha ragione la mamma, quale vuoi? "
Bambina: "..."
Mamma: "Signorina, ce l'avete Focus Junior? L'altra volta ti era piaciuto se ce l'hanno prendi quello, va bene?"
Bambina: "Sì" (ah, ma allora sa parlare!)
Papà: "Bene, allora prendo questo, hai deciso?"
La bambina fa di sì con la testa, il padre paga ed escono.

Sulla soglia incrociano una mamma con un bambino di cinque o sei anni.
La mamma ordina un caffè, il bambino guarda con gli occhi che brillano le figurine sulla mensola più bassa dello scaffale vicino al frigo dei gelati..
Mamma:" Se vuoi il gelato te lo prendo, però poi a cena non mi devi fare storie, capito?."
Il gelato? Con questo freddo? Il linguaggio non verbale di tuo figlio parla chiaro: vuole le figurine, non il gelato! E se anche volesse il gelato con questi ricatti morali pensi di ottenere qualcosa?
Il bambino si avvicina alla vetrina delle brioches e indica con l'acquolina in bocca un cioccolatino a forma di pupazzo di neve.
Mamma: "No, il cioccolato no, non è una merenda quella. Guarda i biscotti oppure le brioches."
Il gelato confezionato sì, ma un cioccolatino fondente no? Boh...
La madre beve il caffè e ogni cinque secondi (cronometrati, giuro) ripete come un disco rotto:
Mamma: "Allora, hai deciso? Cosa vuoi?"
Mamma: "Allora, hai deciso? Cosa vuoi?"
Mamma: "Allora, hai deciso? Cosa vuoi?"
Mamma: "Allora, hai deciso? Cosa vuoi?"
Stremato da quel martellante interrogatorio e ormai devastato dall'ansia il bambino indica i Loacker.
La gentile signorina dietro al bancone, che è tanto educata e volenterosa, ma ha ovviamente scarse capacità di penetrazione psicologica, chiede al bambino:
Barista: "Quali vuoi, quelli alla nocciola, quelli al cioccolato o quelli alla vaniglia?"
Il bambino non ha nemmeno il tempo di pensare che la madre interviene
Mamma: "Allora, decidi, cosa vuoi? Dillo alla signorina. Però scegli bene, che se non ti piacciono non te ne prendo degli altri."
Il povero piccolo muove rapidamente le mani nell'aria e continua a stendere e piegare le ginocchia, una specie di saltello senza sollevarsi da terra. Alla fine dice:
Bambino: "Quelli blu, da maschio".
Mamma: "Ce l'abbiamo fatta, ci voleva tanto?"

Ho ripensato a Claudia, che ai primi di settembre ha preso le figlie, le ha fatte sedere sul divano e ha chiesto loro di decidere, perché dovevano organizzarsi.
"Cosa volete fare quest'anno? Potete fare quello che volete: equitazione, danza, nuoto, pallavolo, ginnastica ritmica, musica...l'importante è che lo decidiate voi e poi continuate fino a fine anno perché quando si decide una cosa si porta a termine. Io non vi obbligo a fare niente, perché non voglio sentire storie, ma poi se scegliete danza, dovete fare danza fino a giugno, se scegliete pallavolo la dovete fare fino a giugno."

Ho ripensato a Francesca, che un paio di settimane fa ha fatto un discorsino a quattrocchi a suo figlio:
"Dobbiamo andare dalla nonna questo fine settimana. Sabato ci sarebbe la festa di Riccardo, domenica la partita allo stadio. A una delle due devi rinunciare, scegli tu. Decidi quando vuoi andare dalla nonna, ma poi non voglio sentire storie, capito?"

Ho ripensato a Serena, che tutte le mattine prepara sul letto quattro outfit diversi per la figlia di cinque anni.
"Ho deciso di fare così", mi ha spiegato, "perché non riusciva mai a decidere cosa mettersi per uscire. D'estate posso anche starle dietro per un'ora tutte le mattine finché non si decide, ma quando va all'asilo proprio no. Siccome spesso voleva abbinare colori improponibili, o mettersi vestiti leggerissimi in inverno ho deciso di fare così. Le preparo quattro abbinamenti e lei può scegliere solo tra quelli, almeno in dieci minuti, un quarto d'ora ce la caviamo"


Scegliere non è facile, per nessuno.
Pensate a quando avete scelto il vostro abito da sposa o l nome per vostro figlio.
Pensate a quando avete scelto a quale università iscrivervi.
Pensate a quando avete scelto cosa mettervi per il primo appuntamento con l'uomo dei vostri sogni.
Erano tutte occasioni uniche e speciali, irripetibili.
Mettetevi nei panni di un bambino, provateci almeno per un attimo.
Per i bambini esistono solo il qui e l'adesso. Tutte le occasioni sono per loro uniche ed irripetibili.
I bambini non sono capaci di fare proiezioni sul futuro tipo "l'altra volta ho preso quelli alla nocciola, oggi prendo i biscotti alla vaniglia e la prossima volta proverò quelli al cioccolato, così poi decido quali mi piacciono di più".
La volta scorsa, per un bambino, è stata un secolo fa e non si ricorda.
La prossima volta, per un bambino, sarà tra mille anni, non ha la pazienza di aspettare.
Scegliere è difficile, soprattutto se le opzioni sono tante.
Scegliere è difficile, soprattutto se il bambino non desiderava quella cosa. La bambina guardava il Babbo Natale arrampicatore, il bambino guardava le figurine. Le figlie di Claudia non hanno mai fatto equitazione né danza e hanno paura di prendersi un impegno. Il figlio di Francesca non vuole rinunciare né alla festa, né alla partita. La figlia di Serena è troppo piccola per poter decidere cosa indossare.

Perché le madri fanno scegliere i figli?

La motivazione principale la danno loro stesse: per evitare problemi.
Pensano che se il corso di equitazione piuttosto che quello di nuoto non è imposto, ma scelto dal bambino, allora non ci saranno capricci perché non ci vuole andare, non ci saranno finti mal di pancia o mal di testa. Pensano di evitare un problema in futuro, di evitarsi fatiche inutili, ma accade l'esatto opposto: fanno fatica a far decidere il bambino e faranno fatica dopo un paio di mesi quando il bambino deciderà che equitazione non gli piace più e vuole fare basket.


Un altro motivo è il senso di colpa. Non vogliono imporre niente ai figli in nome della libertà, delle scelte democratiche e dell'apertura mentale.

Da ultimo c'è la paura. Paura di fare una scelta sbagliata, paura di commettere un errore, paura di contrariare il bambino, paura di sembrare una madre despota.

I bambini non sono in grado di decidere, gli adulti sì. O almeno dovrebbero.
Fare il genitore significa anche prendere decisioni per i propri figli, finché non sono abbastanza adulti da scegliere da soli.
I genitori devono avere il coraggio di dire "perché io ho deciso così" perché così il bambino sentirà di avere una guida sicura.

Decido io!






mercoledì 5 dicembre 2012

Mio figlio no. Invece sì.

bambino che morde e picchia
"All'asilo ho visto una scena davvero allucinante: un bambino ha strappato di mano un giocattolo ad un altro e questo, di tutta risposta, gli ha dato un morso che quasi gli fa sanguinare il braccio. Per fortuna la maestra è intervenuta subito e ha fatto la ramanzina a quello che ha tirato il morso...ma dico io, come li educano questi bambini? Ma poi l'ho detto alla maestra che il primo bambino aveva letteralmente strappato di mano il giochino a quello che poi si è arrabbiato, ma l'educazione a casa non gliela insegnano? Per fortuna che con Mattia ho sempre insistito tanto sulla condivisione. Lui non strapperebbe mai di mano un giocattolo ad un altro bimbo, fin da prima che imparasse a parlare gli ho insegnato a chiedere per favore e ad aspettare il proprio turno. Ma anche mordere, ma si può? Il mio Mattia sa che se qualcuno gli fa male o dice delle brutte parole lui non deve reagire, ma andare dalla maestra e dirle tutto. Se non insegni queste regole di base ai bambini, come pensi che sopravviveranno all'asilo? Basta insegnare queste cose ai bambini fin da piccoli e poi, come il mio Mattia, non si sognerebbero mai nella vita di rubare un giocatolo o tanto meno dare un morso, assolutamente."

Quanto ti sbagli, cara Anna.

"Chiara ha litigato con Gaia. E' uscita da scuola tutta imbronciata e all'inizio non voleva dirmi quello che è successo. Siamo arrivate a casa e si è messa sul divano a giocare con il DS. Le ho preparato la merenda e sono riuscita a farle dire cosa era capitato. Praticamente Gaia, che a me sembrava tanto carina ed educata, è andata a dire a Carlos che Chiara è innamorata di lui. Tutta la classe l'ha saputo e l'hanno presa in giro tutto il giorno con quelle canzoncine 'Tra rose e fior /vedo spuntar/Chiara e carlos si vanno a sposar...'. La mia piccola, figurati, non vorrebbe più tornare a scuola da quanto è imbarazzata. Ah, ma guarda, questa Gaia non la frequenterà più. Dopo quello che le ha fatto...metterla in ridicolo davanti a tutti, ma come si fa? La mia Chiara non farebbe mai una cosa del genere ad un'amica, mai. Le abbiamo insegnato che l'amicizia viene prima di tutto e che se tradisci un amico ne paghi le conseguenze."

Quanto ti sbagli, cara Cinzia.

"Tu lavori con Francesca, vero? La conosci, sei in confidenza? Perché io la conosco solo di vista, ma credo che debba sapere quello che ho visto e forse potresti dirglielo tu... insomma l'altro giorno sono andata a prendere Serena a scuola. Ero parcheggiata dall'altra parte della strada, vicino a quel vicolo cieco che da verso la palestra. Dei ragazzi di terza sono usciti e si sono infilati subito nel vicolo. Hanno tirato fuori un pacchetto di sigarette e si sono messi a fumare. Ma ti rendi conto? A fumare in terza media? E non erano solo maschi, c'erano anche due femmine! Ho subito guardato meglio per capire se ne conoscevo qualcuno e ho visto Lorenzo, il figlio di Francesca. Io, se fossi in lei, vorrei che qualcuno me lo dicesse. A parte che, dico io, tuo figlio fuma e non te ne accorgi? E' chiaro che c'è qualcosa che non va in quel ragazzo, avrà mostrato dei segni di disagio e poi sarà diventato più silenzioso o scontroso o cose del genere. Se tu insegni ai figli che ti possono dire tutto prima o poi ti confesseranno anche che fumano o comunque capisci che si stanno tenendo un peso enorme dentro. Per fortuna con Serena non corro di questi rischi, lei è ancora bambina, ma matura, non si accenderebbe mai una sigaretta solo per stare col gruppetto di quelli che fumano".

Quanto ti sbagli, cara Beatrice.


"No, cioè, ne vogliamo parlare? Ma non sei sconvolta? Ma le hai viste bene quelle tre? E e hai sentite? A parte che io a sedici anni non mi sarei mai iscritta ad un corso di Zumba in palestra, ma poi tutte messe da gara, truccate come a carnevale e con quei top aderenti....ma in che mondo viviamo? Poi, tu non c'eri, ma negli spogliatoi parlavano del maestro di kick boxing e una ha detto, testuali parole, 'mmmm come me lo scoperei quello' e l'altra 'io andrei lì tutta nuda e gli direi prendimi qui, adesso, aggrappati al sacco da kick boxing'. Io ero sconvolta, anzi no, sconvolta è dir poco. Ma sono delle bambine, ma non hanno dei genitori a casa che le tengono sotto controllo. Mia figlia ha solo un anno meno di loro, ringrazio il cielo che essendo cresciuta in una famiglia sana, amorevole e per bene non solo non direbbe mai certe cose, ma diventerebbe rossa solo a sentirle."

Quanto ti sbagli, cara Romina.

Anna, Cinzia, Beatrice e Romina si sbagliano.
Le madri amano i loro figli più della loro stessa vita, ma l'amore rende ciechi.

Mattia ha sicuramente strappato di mano un giocattolo ad un altro bambino e, probabilmente, ha anche dato dei morsi o delle sberle. E' l'unico modo che i bambini così piccoli hanno per affermare i loro diritti, per dire io esisto. Ovviamente gli adulti che assistono ad una scena simile devono intervenire, spiegare che non si fa, che condividere è bello e tutto il resto. Prima o poi questi insegnamenti daranno i loro frutti, ma non a tre anni. No. A tre anni quel giocattolo è mio ed è tutto il mio mondo e se qualcuno prova a prendermelo io gli do un morso. A tre anni esistono solo il qui, l'adesso e l'io.  A tre anni non mi ricordo di quello che mi ha spiegato mamma l'altra volta, non ho capito cosa vuol dire condivisione. A tre anni esisto solo io e te lo dimostro.

Chiara  è una femmina di nove anni. E' femmina ed è piccola, per sua natura non ha filtri. Avrà già spettegolato di tutte le compagne con le sue amichette, avrà riso della bambina che ha pianto, del bambino che è caduto, di quello che è tornato dal bagno con i pantaloni slacciati, di quella che non sa fare la ruota, di quello che ha gli occhiali e di quella che ha l'apparecchio. I bambini sanno essere maligni. I bambini sono pronti a cogliere in fallo i loro simili e non esitano a metterli in ridicolo. E' il loro modo per sviluppare una propria individualità, per fare gruppo emarginando i diversi. E' una cosa brutta? Sì. I genitori devono insegnare che non si fa? Sì. I bambini smetteranno di farlo? No.

Serena arrossisce se in tv c'è una scena di sesso perchè ha il sacro terrore che tu, sua madre, le faccia il discorsino delle api e dei fiori. L'imbarazzo e la vergogna sono palpabili nell'aria ogni volta che i personaggi di Beautiful si accoppiano. Serena non vuole dire a sua madre che ha già avuto cinque ragazzi, che ha già dato il primo, il secondo, il terzo bacio, che ha già avuto rapporti. Serena si sente donna, ma è una cosa sua, del suo mondo e la madre ne deve stare fuori, categoricamente ed indiscutibilmente fuori. Serena sa tutto: anticoncezionali, prevenzione contro le malattie sessualmente trasmissibili e quant'altro. Sa anche che maschi e femmine vivono la sfera emotiva del sesso in maniera diversa e si confronta con le sue amiche. Serena è (quasi) una donna, ma sua madre è convinta che arrossisca solo all'idea di essere salutata dall'istruttore di kick boxing. Gli adolescenti sono degli esseri strani: chi ha figli li vede come bambini, il resto del mondo li vede come giovani adulti.

I vostri figli, fuori casa, si comportano diversamente da come si comportano in casa. Nel bene e nel male. Ad esempio a scuola aiutano a sparecchiare i tavoli e versano l'acqua ai compagni, a casa di amici chiedono per favore e ringraziano, in vacanza sanno gestire i soldi e non li bruciano tutti il primo giorno. Con voi no. Ad esempio fuori dicono parolacce e scrivono sui muri. Con voi no.

I vostri figli rubano i giochi, mordono, feriscono i sentimenti, fumano, fanno sesso, vi mentono, inventano scuse poco plausibili, dicono parolacce, fanno scherzi telefonici.
 E' così, ve lo giuro. E volete sapere un'altra cosa? Sono proprio felice che i vostri figli rubino i giochi, mordano, feriscano i sentimenti, fumino, facciano sesso, ci mentano, inventino scuse poco plausibili, dicano parolacce e facciano scherzi telefonici.
Ne sono felice perchè significa che sono vivi. Significa che stanno affermando la loro individualità, la loro autonomia. Significa che stanno crescendo e stanno trovando la loro strada. Mi preoccuperei molto di più se fossero figli modello.

Il fatto che voi genitori gli diciate che queste cose non vanno fatte non significa che non le facciano.
Il fatto che le facciano non li rende persone peggiori.
Se il seme della buona educazione è stato piantato saranno degli adulti per bene, sani ed equilibrati.

Ripensate alla vostra infanzia, alla vostra adolescenza, alla vostra giovinezza.
Quante ne avete fatte? Quante ne avete combinate? Quanti anni avevate?

I vostri figli fanno cose sbagliate, a prescindere da quanto bene li state educando.
Partite da questo presupposto per  avere un nuovo legame con loro.
Ricordatevi di questo post per non dire più "Mio figlio non lo farebbe mai..."